Monografie

IN VIAGGIO NEL VIAGGIO

di Maria Rosa Alessandrini


"Viaggi, scrigni magici e pieni di promesse fantastiche…"
(Claude Lévi Strauss)

Viaggiare, spostarsi, migrare, mettersi o essere in movimento sono condizioni note e comuni alle civiltà umane di tutte le epoche e zone geografiche che si espletano di volta in volta con significati e modalità diverse. Il tema del viaggio è, quindi, universalmente riconosciuto e rilevante. È significativo a tale proposito notare che esso ricopre un campo metaforico ampio e acquisito in modo similare dalle civiltà occidentali, in particolar modo per quel che riguarda la vita umana: dalla struttura della vita come cammino, pellegrinaggio o passaggio (la letteratura italiana ci offre un chiaro esempio con il "cammin di nostra vita" di Dante o il "dubbioso passo" di Petrarca), al concetto della morte come "trapasso", "ritorno a Dio", "lungo viaggio della vecchiaia", "ultimo viaggio".
Secondo quanto sostiene il sociologo Eric J. Leed, tramite la metafora del viaggio si esprimono anche transizioni e trasformazioni legate ai riti d'iniziazione e di passaggio in cui il viaggio e l'idea del movimento rappresentano "una fonte di riferimenti continui per spiegare aree di pensiero o di esperienza che ancora non sono familiari ai nuovi iniziati che vi entrano" (LEED 1992: 14). La seguente breve osservazione di Marshall McLuhan chiarisce ulteriormente il discorso: "La parola metafora deriva dal greco metaphérein, e significa trasportare" (MCLUHAN 1997: 99). Insomma è in sé un movimento di concetti.
Le parole di Leed introducono una nozione fondamentale: il viaggio è intrinsecamente legato all'esperienza, poiché tramite il conosciuto, il già esperito si tenta di acquisire l'ignoto e ciò giustifica il gran numero delle espressioni metaforiche legate al movimento. E siccome il movimento è "un'esperienza di mutamento familiare a tutti gli esseri umani dal momento che acquisiscono la locomozione durante la prima infanzia", allora il viaggio è un "paradigma dell'esperienza autentica e diretta" (LEED 1992: 14). Per ribadire ulteriormente il legame che unisce metafora, viaggio ed esperienza, Leed cita l'antropologo Fredrik Barth: "L'essenza della metafora sta nell'utilizzazione di ciò che è familiare per cogliere ciò che sfugge e non si riconosce" (BARTH 1975: 199).
In un lungo saggio, Luigi Monga accenna alle ragioni che fin dalle origini hanno portato a collegare il viaggio all'esperienza. L'uomo ha iniziato molto presto a viaggiare. L'ampliamento stesso della dieta dell'homo erectus da vegetariana a onnivora è stata una delle prime cause degli spostamenti, unitamente al connaturato istinto di aggressività verso altri individui della stessa specie. I fenomeni di transumanza al seguito degli animali per l'approvvigionamento del cibo, le invasioni e le conquiste del territorio "that deeply marked human evolution are often hidden beneath the metaphors and myths of the oral tradition" (MONGA 1996: 7).
Monga nota che anche la Bibbia e la filosofia greca fanno largo ricorso alle metafore legate al movimento e al viaggio: ad esempio nelle parole di Cristo "ego sum via" o nei principi della filosofia di Eraclito in cui l'essenza stessa della natura è percepita come movimento.
Per concludere con le parole di Monga: "Travel, be it an individual's displacement or the sum of the migrations of faceless masses of human beings throughout the millennia, is at the source of the human experience. It is one of the most elemental activities, almost as basic as the act of breathing" (MONGA 1996: 6).


Nella civiltà occidentale la corrispondenza fra viaggio ed esperienza è provata anche dal punto di vista linguistico. Una semplice ricerca etimologica rivela la radice comune dei due vocaboli che possedeva però anche una terza connotazione, quella di "pericolo" che, perlomeno in epoca antica, risulta essere un concetto legato a quelli considerati finora.
La radice indoeuropea della parola "esperienza" è *Per, interpretata come "tentare", "mettere alla prova", "rischiare" ma possiede anche significati secondari che si riferiscono al moto: "attraversare uno spazio", "raggiungere una meta", "andare fuori".
Sia le lingue romanze che quelle germaniche nei derivati hanno mantenuto la connotazione originaria della radice. La lingua latina presenta *Per nei termini experior, experientia, experimentum, periculum (gli ultimi due erano originariamente sinonimi, poi experimentum si è evoluto in campo giuridico in "prova", "giudizio", "processo" e periculum in "pericolo"). Il termine experientia è facilmente scomponibile nel concetto "provenire da e andare attraverso": ex-per-ientia che identifica l'esperienza come percorso (1). Il gotico, in cui la p > f per effetto delle rotazioni consonantiche, dà origine al termine odierno tedesco fern ("lontano") e agli inglesi far, fare, fear (rispettivamente "lontano", "vagare, viaggiare", "temere") in cui sono evidenti sia le connotazioni di pericolo, sia quelle legate al movimento. Nel tedesco odierno troviamo i vocaboli Erfahrung, "esperienza", Fahrt, "viaggio" e i verbi fahren, "andare, viaggiare" ed erfahren, "fare esperienza, esperire" che derivano tutti dall'Alto Tedesco Antico irfaran, "viaggiare, uscire, traversare, vagare".


Analizzando l'origine del termine esperienza, Leed trae la seguente conclusione: "Questa concezione dell'esperienza come cimento, come passaggio attraverso una forma d'azione che misura le dimensioni e la natura vere della persona o dell'oggetto che l'intraprende, descrive anche la concezione più generale e antica degli effetti del viaggio sul viaggiatore" (LEED 1992: 15).
L'affermazione introduce altri due punti cruciali dell'analisi del tema di cui ci occupiamo. In primo luogo, pone l'accento su un concetto spesso trascurato: "il viaggio genera e soddisfa un bisogno di mutamento, un bisogno cioè che le nostre psicologie non studiano molto" (LEED 1992: 37) e cioè sull'effetto del viaggio sul viaggiatore, o meglio sulla sua psiche, sulla sua mente. La mobilità territoriale produce, infatti, dei cambiamenti sulla concezione dell'io, dell'altro e dei rapporti umani, in altre parole un cambiamento della percezione che il viaggiatore ha di sé e degli oggetti che lo circondano prima, dopo e durante il viaggio. In secondo luogo, le parole di Leed ricordano che la concezione del viaggio e dell'esperienza, così come i suoi effetti sulla mente hanno seguito un'evoluzione nel corso dei secoli, che ha portato sia alla radicale trasformazione della percezione di sé e del movimento, sia alla distruzione del rapporto fra viaggio ed esperienza.


L'evoluzione dell'uomo nella civiltà occidentale è stata accompagnata dal mutare delle tipologie di spostamento. Dapprima si è avuto il nomadismo come necessità di sopravvivenza, poi la società stanziale ha dato vita a spostamenti dalle finalità utilitaristiche, commerciali o culturali fino all'introduzione del viaggio di piacere e del turismo di massa generato dalla possibilità dello spostamento rapido. Negli ultimi anni si assiste a fenomeni opposti: da un lato un nuovo nomadismo come espressione di mancanza d'identità, dall'altro la formula "viaggiare senza partire" determinata dallo sviluppo di Internet e della realtà virtuale.
Le tipologie di viaggio hanno subito un'evoluzione continua che di volta in volta è stata rilevata dal pensiero e dalla letteratura dell'epoca di riferimento. Il viaggio dell'antichità coincide con il viaggio dell'eroe e serve a spiegare il fato e il ruolo degli Dei nella vita degli uomini, nonché a ratificare quello dell'eroe nella società. Non si tratta di viaggi di piacere, bensì di cimenti e prove imposte dal fato che spiegano la funzione, la rilevanza e l'impossibilità di sottrarvisi da parte dell'uomo. Viaggio significa, quindi, per l'uomo antico, fatica, sacrificio, patimento, una serie di insidie e pericoli imposti da forze superiori grazie alle quali, però, egli conquista la possibilità di estendere il proprio io oltre la morte, poiché le sofferenze generano l'eroe e rendono esemplari le sue azioni agli occhi della comunità, quindi garantiscono fama, gloria e rafforzamento della posizione sociale.
Il protagonista subisce nel percorso un effetto di riduzione di se stesso: spogliandosi di tutti gli appetiti superflui, delle ambizioni vane, consumando le energie in lotte impari, perdendo i compagni, egli scopre la sua reale identità e può far ritorno in patria dopo avere conquistato la saggezza (che corrisponde all'esperienza, secondo quanto spiegato in precedenza). Al logoramento fisico non corrisponde, quindi, il logoramento mentale, anzi l'identità del viaggiatore si impoverisce dei suoi tratti essenziali per rinascere più forte e l'eroe antico al minimo delle sue forze dimostra sempre più valore e più astuzia dei comuni mortali che lo sfidano. Ulisse/Odisseo è il rappresentante letterario per antonomasia di questa categoria di viaggiatori. Il suo "è un lungo viaggio frustrato verso la casa, la cui personificazione è Penelope, la donna virtuosa e legata al territorio che respingendo i pretendenti conserva appunto quella casa che è al centro dei viaggi di Odisseo" (LEED 1992: 17). Il viaggio dell'antichità, oltre a essere un viaggio-cimento e un viaggio-necessità, è anche e soprattutto un nostos, ovvero si compie su una linea circolare in cui punto di partenza e punto di ritorno coincidono. Durante il percorso si rafforza, anzi si crea l'identità dell'eroe arricchendosi nel senso della saggezza, della fama, della gloria ma l'eroe sembra anelare solo il ritorno a casa, possibile dopo avere effettuato un tortuoso ed esteso percorso che avrà ampliato in senso geografico la fama della sua persona. Nell'antichità il viaggio come esperienza non ha avuto vita solo nelle figure eroiche, bensì anche nei precetti dei filosofi, che fin da allora non mancavano di raccomandare ai giovani di intraprendere un viaggio a fini pedagogici riconoscendo l'equazione esperienza/educazione.


L'antichità occidentale cristiana ha generato invece altre tipologie di viaggio non eroiche o pedagogiche: si tratta del viaggio inteso come esilio, penitenza, purificazione e per estensione come pellegrinaggio. Esso è diretta emanazione del peccato originale e della cacciata/esilio dall'Eden. La coppia originaria è costretta per imposizione superiore (costante del viaggio antico) a viaggiare per espiare le proprie colpe. Siamo di nuovo di fronte a un viaggio imposto e doloroso, ma a differenza di quello eroico esso presuppone che la sofferenza serva anche come cura e purificazione delle colpe che lo hanno generato. Non prevede però nessun ritorno o arrivo che dia sollievo, anzi abbandona i viaggiatori in uno stato perpetuo di vagabondaggio, poiché è solo nell'azione purificante della strada che il vagabondo si sente "a casa."
Il pellegrinaggio è l'istituzionalizzazione del primo esilio, in cui trova spazio l'idea che il viaggio effettuato in determinate condizioni e verso determinate mete purifichi e riabiliti l'uomo che lo compie. Fin dal Medioevo e a tutt'oggi la civiltà cristiana pratica questa tipologia di viaggio, ma anche altre civiltà religiose (ad esempio quella islamica o quella buddista) promulgano codici simili di comportamento.
Al Medioevo si deve l'introduzione del viaggio volontario e solitario intrapreso dal cavaliere per consolidare la sua gloria e le sue capacità di fronte alla società feudale: in altre parole la nobiltà del suo spirito che all'epoca coincideva con la libertà di movimento e con la dimostrazione di sapere vivere al di sopra delle condizioni comuni. A differenza dell'eroe antico, il cavaliere parte senza imposizioni esterne alla ricerca di avventure meravigliose, che sconfinano nella magia e hanno luogo nell'incanto insidioso del bosco. Il cavaliere è un viaggiatore senza pace, che pur potendo godere del ritorno nel luogo di partenza e dei benefici ottenuti (in genere un regno o una donna) sente il forte richiamo dell'avventura e compie quindi ripetute partenze e ritorni.
Una volta operato il passaggio dal viaggio necessario a quello volontario e d'avventura attraverso l'affermazione dell'individualità non è difficile comprendere l'evoluzione umanistica verso il viaggio di scoperta geografica prima e verso il viaggio scientifico e di erudizione dopo. La rinnovata fiducia nel viaggio come esperienza/arricchimento e la sua circolarità (partenza e arrivo come necessari punti delimitanti) sono ancora per tutto il Seicento e il Settecento quelle caratteristiche dominanti che danno vita al Gran Tour aristocratico (viaggio reale, testimoniato da innumerevoli, e più o meno attendibili, resoconti prescritti dai pedagogisti) e al suo inevitabile contraltare letterario: il cosiddetto Entwicklungsroman, suo culmine ed esaurimento.


Il concetto di viaggio nell'età moderna inizia anche una lenta ma fondamentale trasformazione. Mentre nell'antichità sofferenze del viaggio e saggezza/esperienza che ne derivavano erano indissolubilmente connessi, ora il viaggio inizia a essere vissuto in maniera più leggera, grazie alle nuove affermazioni della libertà dell'individuo.
Libertà che viene esasperata durante il periodo romantico fino all'esaltazione del vagabondaggio. Per la prima volta il dolore e le difficoltà sono scisse dal viaggio, anzi è possibile iniziare a viverlo come un piacere in sé. Il vagabondaggio incomprensibile per Ulisse diviene la libertà che dà valore al viaggio romantico. Leed elenca i fattori della tipologia moderna di viaggio che resta valida anche per buona parte del Novecento: "la volontarietà della partenza, la libertà implicita nelle indeterminatezze della mobilità, il piacere del viaggio liberato dalla necessità, l'idea che esso significhi autonomia e sia un mezzo per dimostrare ciò che uno è veramente indipendentemente dal suo contesto… rimangono i caratteri salienti della concezione moderna del viaggio" (LEED 1992: 24). Rispetto all'eroe antico, il viaggiatore moderno non intraprende un viaggio per sottoporsi al volere di forze ingovernabili, bensì per distogliersi dai condizionamenti del suo ambiente e tentare di acquisire una nuova identità e una percezione diversa degli oggetti e della realtà.
Il raggiungimento di una nuova capacità percettiva in sostituzione del mondo di certezze offerte prima da forze soprannaturali, dalla religione o dalla professione della razionalità non è facile e immediata, anzi genera una frattura, una crisi subito rispecchiata dalla letteratura, dalle scienze e infine anche dal cinema.
Nel passaggio fra Ottocento e Novecento si verifica, dunque, un'altra scissione fondamentale nella concezione del viaggio. Dopo avere perso la connotazione originaria di "cimento" e "sofferenza", essa perde o mette fortemente in discussione anche il concetto di esperienza. La crisi dell'identità dell'io seguita all'esaltazione romantica e la lenta presa di coscienza di avere ormai percorso, osservato, descritto tutta la circonferenza terrestre decretano la fine della possibilità di "fare esperienza", almeno fino a quando la si identificherà con il principio che nell'incontro con lo sconosciuto si acquisisce la saggezza, l'esperienza "autentica" cui fa riferimento Leed. Il Novecento, con il suo progresso tecnologico rapido e indifferente accelera il processo di distruzione e produce un uomo senza identità, neo nomade e rinnovato vagabondo. Per comprendere un simile mutamento sarà utile una breve riflessione sugli esiti artistici nella seconda metà dell'Ottocento. Il progresso scientifico, tecnologico e industriale esaltato nei secoli precedenti come un'apertura verso nuove esperienze ne diviene, ora, il più grande ostacolo. La società uniformata ai principi borghesi (utilitarismo, conformismo ecc.) è avvertita come una prigione alienante dagli artisti che tendono a isolarsi dalla realtà in un mondo "altro". Le vie di comunicazione, lungi dal facilitare le occasioni di esperienze autentiche, non sono altro che mezzi per spostarsi da una ostile città borghese verso l'altra. Il progresso industriale a sua volta abbruttisce e appiattisce l'uomo. Non riconoscendosi in una civiltà così composta gli intellettuali vagheggiano la fuga verso luoghi selvaggi, esotici e lontani in cui esprimere la propria umanità. Da affermazione della libertà individuale (esaltata dai romantici), il viaggio si trasforma in fuga, nella maggior parte dei casi illusoria e inconcludente poiché non aiuta l'intellettuale a risolvere il suo profondo disagio esistenziale. Mentre i simbolisti esaltano il viaggio per il viaggio, senza meta, poiché perseguono un'impossibile liberazione dell'anima, i narratori si concentrano sul lontano oriente, inteso come sogno irraggiungibile contrapposto a una realtà/civiltà nemica e i pittori migrano materialmente nei mari del Sud alla ricerca della propria arte.


La promessa di autenticità nella lontananza appare presto ingenua e si fa strada la cruda verità che non può esserci evasione. Il Novecento si apre con queste premesse, il viaggio come fuga si evolve in erranza, in inquieto nomadismo, in mancanza di certezze (nell'assenza di esperienza), ma anche soprattutto di illusioni. L'arte esplora però anche nuovi orizzonti: in alternativa al nomadismo, all'inesauribile movimento nello spazio, inizia il viaggio nell'anima e nella memoria, negli spazi della coscienza e dell'identità o in alternativa si muove negli spazi minimi (se non c'è esperienza è inutile compiere lunghi spostamenti), spesso cittadini. La città è ostile, ma nell'impossibilità di altre scoperte geografiche, offre vicoli e sobborghi da osservare ed esplorare come labirintiche proiezioni della negatività del progresso.
Renato Giovannoli ha identificato fra Ottocento e Novecento due formule di viaggio-tipo che definiscono ciò che abbiamo fin qui esposto: la prima è caratterizzata dalla categoria arricchimento, mentre la seconda corrisponde alla categoria labirinto. Il periodo dell'arricchimento coincide a livello temporale col momento del romanticismo, che con il suo entusiasmo crede ancora nella possibilità di una crescita in senso culturale o materiale. Essa presuppone una partenza, una fase intermedia di arricchimento che in quanto tale rende possibile un arrivo o ritorno. La categoria labirinto è quella in cui il viaggiatore (forse inizialmente ancora fiducioso del suo arricchimento) si è perduto, non trova più se stesso, né la sua identità, né la via del ritorno. Il periodo coincide col Novecento e produce a livello letterario il signor K., (che nel tentativo di recuperare la sua identità soccombe al labirinto) o Dedalus (che consapevole di avere perso la sua identità convive con il dramma e impara a muoversi nei meandri del labirinto). Esiste anche una versione "ottimistica" (per quanto possibile) di questo viaggio-tipo che trova espressione nel racconto poliziesco e nella sua figura identificativa: il detective, cioè l'uomo disilluso che si muove in una città cupa e labirintica, che ha accettato la malattia dei suoi simili e interviene per sbrogliare il bandolo della matassa poiché ormai ha rinunciato all'arricchimento del proprio essere. Sherlock Holmes e le altre figure di detective sono fra i pochi "labirintonauti" che il Novecento ci abbia offerto. Non a caso comunque l'azione si è spostata nella città, luogo in cui il progresso e i suoi effetti dannosi si concentrano, ed è facile perdersi anche nell'epoca in cui la geografia del mondo è già stata tutta disegnata. Giovannoli prospetta infine una terza possibilità: la deriva. All'uomo che rinuncia all'arricchimento, al percorso dialettico e progressivo hegeliano resta il percorso puro senza inizio né fine, la situazione della deriva, appunto, unica possibilità di sopravvivenza nel labirinto (o forse superamento del labirinto?) come vagabondo, sempre on the road. Oggi questa forma di puro movimento è stata canonizzata a vera e propria tipologia di viaggio caratteristica della nostra epoca e corrisponde esattamente a quella in cui si muovono i protagonisti di tanta letteratura e di tanto cinema del secolo appena conclusosi.
Col celebre Tristi Tropici Claude Lévy Strauss decreta nel 1955 la "fine dei viaggi". Il progresso dei mezzi e delle vie di comunicazione unito all'enorme sviluppo del turismo di massa e dei tour organizzati ha reso oramai obsoleta la distinzione che Paul Bowles aveva operato nel 1910 fra le due tipologie principali di viaggiatori: i viaggiatori e i vacanzieri. "I primi sanno quando partono ma non conoscono la data del proprio rientro, anzi spesso ignorano persino la destinazione verso cui sono diretti. I secondi, durante il viaggio, non sperimentano nessuna particolare sensazione di smarrimento o di
sospensione del tempo, poichè restano sempre saldamente ancorati alla propria realtà quotidiana e all'idea del ritorno".
I viaggiatori del Novecento si muovono in uno spazio omogeneizzato e uniforme, nella maggior parte dei casi già visto in televisione o su una guida turistica, due strumenti che contribuiscono a rendere impossibile l'esperienza autentica, hic et nunc, poiché il villaggio globale implica anche la preoccupante omogeneizzazione dell'immaginario: "Già in aereo avevo perduto ogni capacità di immaginare qualche motivo di curiosità per questo posto. Tutto l'immaginabile mi era già noto, lo avevo visto in riproduzione durante il viaggio" (HANDKE 1981: 160).


Uno sguardo allo sviluppo delle vacanze di massa non sembra offrire una prospettiva migliore. Oggi si parte più frequentemente in gruppo che non da soli, ci si muove in vacanze governate (fin nei minimi particolari) dai tour operators. Sostiene Franco Ferrarotti che in questo mondo in cui tutti viaggiano è proprio il viaggio a eclissarsi, "si viaggia con una fretta esponenziale, con la golosità di una bulimia indifferente ai contenuti, sorda alle situazioni, cieca di fronte alle differenze" (FERRAROTTI 1999: 23). Il momento del transito, dello spostamento spaziale è stato abolito da un volo aereo di poche ore, in favore del punto di partenza/ritorno e del punto di arrivo temporaneo. Non si parte più alla ricerca della propria identità e dell'esperienza autentica, continua Ferrarotti, ma certo "anche il più banale dei viaggi per le vacanze di massa, ha un effetto di deritualizzazione dell'esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti dell'esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorientamento profondo… il viaggio decongela l'identità, la rende mobile, itinerante, problematica" (FERRAROTTI 1999: 50). Nonostante ciò o proprio per questo, il viaggio ora è relegato nell'angolo del mito, simbolo della rottura con la quotidianità facilmente acquistabile entrando in un'agenzia, obbligo sociale, esodo coatto. Scrive a questo proposito Umberto Galimberti: "Quegli spostamenti estivi che impropriamente chiamiamo viaggi ma che non hanno nulla del viaggio, perché non ci offrono davvero l'esperienza dello spaesamento che, facendoci uscire dall'abituale, e quindi dalle nostre abitudini, ci espongono all'insolito, dove è possibile scoprire come un diverso cielo si stende sulla terra, come la notte dispiega nel cielo costellazioni ignote, come una diversa religione ordina le speranze, come un'altra tradizione rispetto alla nostra fa popolo, come la solitudine fa deserto, l'iscrizione fa storia, il fiume fa ansa, la terra fa solco, e i nostri bagagli fanno ancora Occidente". Eppure qualsiasi turista affermerebbe che viaggia per fare un'esperienza "di differenza, e di novità ché le gioie di ciò che è familiare si logorano e cessano di attrarre. I turisti vogliono immergersi nell'elemento strano e bizzarro… alla condizione, però, che non si appicchi e che possa essere scrollato via non appena lo si desideri" (BAUMAN 1999: 44).
Dal viaggio eroico dell'antichità al turismo di massa e al nomadismo del XX secolo l'umanità ha tracciato un lungo e articolato percorso che abbiamo delineato con scelte ed esclusioni arbitrarie. Un percorso che, per sua stessa natura, va lasciato aperto: e lo facciamo con le parole di Ferrarotti: "C'è indubbiamente una grande sfida interpretativa per il ricercatore di oggi, nelle grandi migrazioni estive dei vacanzieri: è possibile rintracciare in questi comportamenti alcuni residui o tracce o detriti che in qualche modo li possano collegare con i pellegrini del cristianesimo medievale… si può parlare di sopravvivenze culturali inconsapevoli?… Di convergenze archetipiche?" (FERRAROTTI 1999, 55-56). Suggerisce Leed al termine del suo saggio: non muore chi collega il proprio termine ai propri inizi…

"Viaggi, scrigni magici e pieni di promesse fantastiche, non offrirete più intatti i vostri tesori. Una civiltà proliferante e sovraeccitata turba per sempre il silenzio dei mari… come potrà la pretesa evasione dei viaggi riuscire ad altro che a manifestarci le forme più inferiori della nostra esistenza storica?"

"Vorrei essere vissuto al tempo dei viaggi veri, quando offrivano in tutto il suo splendore, uno spettacolo non ancora infangato, contaminato, maledetto…"
(Claude Lévi Strauss)

(1) Sulla distruzione dell'esperienza nell'epoca contemporanea si consiglia la lettura del saggio di Giorgio Agamben, Infanzia e storia, Torino, Einaudi, 1978.

BIBLIOGRAFIA


BARTH, Fredrik, Ritual and Knowledge among the Baktaman of New Guinea, New Haven, Yale University Press, 1975.
BAUMAN, Zygmunt, La società dell'incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999.
BOWLES, Paul, Il tè nel deserto, Milano, Garzanti, 1991.
FERRAROTTI, Franco, Partire tornare. Viaggiatori e pellegrini alla fine del millennio, Roma, Donzelli ("Le Saggine"), 1999.
GALIMBERTI, Umberto, "Viaggio, Istruzioni per l'uso", La Repubblica, 7 luglio 1999.
GIOVANNOLI, Renato, "Nomadologia trascendentale", Alfabeta, n. 15/16, luglio-agosto 1980.
HANDKE, Peter, Breve lettera del lungo addio, Milano, Feltrinelli, 1981.
LEED, Eric J., La mente del viaggiatore. Dall'Odissea al turismo globale, Bologna, Il Mulino, 1992.
MCLUHAN, Marshall, Gli strumenti del comunicare, Milano, Il Saggiatore ("Est"), 1997.
MONGA, Luigi (a cura di), "L'odeporica/Hodoeporics" in "Travel and Travel Writing: An Historical Overview of Hodoeporics", Annali d'italianistica, n. 14, 1996.


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