ADA NEGRI



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CINEMATOGRAFO
di Ada Negri
("Corriere della Sera", 27 novembre 1928)

È una piccola dattilografa, più sui quaranta che sui trenta. Non svelta e furba come tant'altre della sua classe. Un po' ingobbita nelle spalle, veste invariabilmente di color grigio-ferro o marrone scuro, col feltrino ben calcato sulla fronte, a coprir d'ombra gli occhi quasi senza ciglia. S'è fatta anch'ella tagliare i capelli alla maschietta; ma solo perché, deboli e incollati alla cute quali sono, il codino di topo troppo sottile per esser fissato dalle forcine non le scenda più nel collo a farla vergognare. Le vesti corte non le stanno bene, la tradiscono, per via delle gambe troppo magre: sulle quali, specie alle caviglie, le calze fanno ostinatamente qualche piega; e non c'è nulla che imbruttisca una figura di donna, e la impoverisca, più delle calze che facciano piega sulle caviglie.
Vive sola: i genitori le son morti: a nessun giovanotto è mai piaciuta la sua smunta faccina di mela renetta, che par nata con le grinze. Lo studio commerciale dove lavora è tetro, con le lampade elettriche accese anche di giorno a litigar col pallore vischioso entrante dalle finestre, che dànno su un vicolo del centro; e sa di carta vecchia e nuova, di cifre, d'inchiostro copiativo, di vita magra e ristretta, basata sull'orario giornaliero e sul ventisette del mese. I pochi impiegati non hanno occhi che per la seconda dattilografa, adolescente per modo di dire, rasa ella pure alla maschietta, ma con le labbra laccate, le ciglia pesanti di tintura nera, e, per vestito, una specie di maglietta da bagno, che non arriva alla ròtula del ginocchio, e sui piccoli seni, sull'anche flessuose, sembra bagnata tanto è aderente.
La sera del giovedì e del sabato, e, qualche volta, anche il pomeriggio della domenica, l'impiegatuccía dal faccino di mela renetta va al cinematografo.
Gli altri giorni della settimana ripensa a quello che ha veduto al cinematografo; e si prepara alla gioia del prossimo spettacolo.
Va senza amiche, perché non ne possiede. Non ne ha mai cercate né trovate: nemmeno quando, ragazzetta, andava a scuola. Un'invincibile timidezza l'ha sempre trattenuta: fors'anche, un senso oscuro della propria inferiorità, un divieto organico di spiegarsi, di confidarsi, di chiedere. C'è chi nasce col fluido che attira: chi, col fluido che scosta: chi, senza l'uno e senza l'altro; ed è il più misero e diseredato di tutti. Anche il nome di lei è misero: Bigia: che in lombardo, è corruzione di Luigia; e sa di nebbia, di crepuscolo, di pioggia.
Vuole le sale migliori, dove si dànno le "rappresentazioni" migliori: metà dello stipendio lo finisce lì. Ma non si tratta di viaggi? Di viaggi, magari, intorno al mondo? Bene, e con tutti i comodi, non si viaggia che in prima classe. La novità, la distensione cominciano all'entrata, nel vestibolo che in generale è ampio, a colonne, illuminato da grevi lampadari di lusso, ornato da grevi fascioni di stucco e da manifesti réclame con diciture gigantesche e disegni all'ennesima potenza del colore, della grossolanità espressiva. Quasi sempre lo spettacolo è già cominciato, e la platea, nell'ombra più nera, le sembra vuota: solo popolata da un immenso respiro sospeso. Le accade spesso, sedendo al buio, di sfiorare il braccio d'una persona invisibile; ogni volta ne risente lo stesso brivido. Non sa se sia donna o uomo. È un essere vivente, del quale avverte la presenza senza vederne, pel momento, il viso, o esserne veduta: questo non le dispiace. Quando, nella sala, si fa, per l'intermezzo. improvvisa la luce, ella può vedere il profilo del vicino o della vicina; ma non l'interessa più. Guardare vuol dire essere guardati. Conosce, lei, la propria meschinità e bruttezza. Se nella vita si potesse sempre esser vicini senza vedersi!
Predilige, sullo schermo, i drammi nei quali le più inverosimili avventure s'intrecciano e girano in vortice intorno al nucleo del più meraviglioso amore. Forse dalla stessa aridità e avarizia del suo destino nasce in lei un tal bisogno del fantastico. Ricca, istruita, andrebbe a teatro: così com'è, al suo istinto greggio, alla sua mente incolta il teatro, sia lirico sia di prosa, non potrebbe dare il nutrimento del quale il cinematografo la sazia. Nutrimento disordinato, estroso, e, spesso, avvelenato. Non si rende conto di come avvenga: ma, sin dai primi quadri, ella trasmigra nella persona della protagonista, entra nel suo mondo: ama, odia, pecca, arrischia, gioisce, patisce, trionfa, immedesimata in lei. Per due o tre lunghissime e rapidissime ore cariche d'avvenimenti, ella possiede il dolce viso fraterno di Mary Pickford, i dorati capelli ad aureola e le larghe narici triangolari di Mae Murray, il fluido corpo, l'ambigua grazia, i pallidi e magici occhi di Greta Garbo. È Pola Negri, è Baby Daniels: non in quanto sono quelle che sono, ma in quanto vivono il personaggio che rappresentano.
Per due o tre lunghissime e rapidissime ore vive in paesi che non ha mai visti, ma che riconosce al primo colpo d'occhio e dove si trova bene, come ci fosse sempre vissuta: li attraversa in lussuose automobili, in treni fulminei, oppure li sorvola in aerei velivoli: vi discende in alberghi degni di regine e di re: riceve dame e gentiluomini in salotti pieni di cose preziose, ella stessa ornata, ingioiellata come un idolo: oppure, in guarnello succinto, con un fazzoletto quadrigliato al collo e un garofano in testa, accoglie, in una bettola americana al margine delle praterie, avventurieri, cercatori d'oro, avanzi d'ergastolo. Palpita e combatte nell'intrigo, sapiente, gioca la vita e la riprende, scompare e ricompare. Se non è un cow-boy alla Fairbanks o un teppista alla Ghione, l'uomo che l'ama ha, di solito, nobile portamento, nobili maniere, viso glabro e corretto, sorriso enigmatico con smorfia e stiramento nervoso delle labbra a sinistra o a destra. Tipo angloamericano: somiglia vagamente al giovine principale del suo ufficio. Ma costui le è lontano le mille miglia, anche quando non li separa che lo stretto spazio tra la scrivania e il tavolino della macchina da scrivere: mentre l'altro, oh, l'altro le è cosi addosso che sente il calore del suo fiato, e con lui può fuggire in capo al mondo.
Fuggire, fuggire sul mare. Non c'è mai stata. L'unico ch'ella conosca è il mare del cinematografo: così bene, che ne ode il ritmico frangersi sulla spiaggia, ne respira la salsedine, ne assapora la libertà. Solo la turba quella continua furia dell'onde nell'inseguirsi: è sempre così inquieto il mare, anche in tempo di bonaccia? Tutto, sullo schermo, è rapido: il gestir delle persone, andare, il venire, il pianto, il riso, il ritmo del lavoro, l'amplesso, il delitto. Tutto si svolge in velocità. Ai punti culminanti dello spettacolo, se il salone non fosse immerso nel buio, la Bigia vedrebbe, in platea, file di facce alterate dall'accelerazione del sangue, dall'eccitazione dei nervi. Anche la propria, in uno specchio, se la vedrebbe cosi.
Fosse davvero, la vera vita, simile a quella del cinematografo! Porte che si spalancano da sole, vie d'acqua di terra d'aria lì e a mettere in salvo chi si trova in pericolo: le distanze ridotte a un punto: nulla di vietato, tutto reso possibile e leggero, asservito ai folli capricci della fantasia, della passione.
Ma non sono menzogne? Ma la menzogna non è un male? Se la mamma di Bigia fosse ancor viva, se ne spaventerebbe: le direbbe: "Guàrdati." Ma le ragazze di adesso non ascoltano la mamma: dicono: - Io guadagno: dunque faccio quel che voglio. - E poi, la mamma di Bigia non c'è più: nessuno c'è più per la Bigia, né ci sarà. E quell'ardore che la brucia dentro, mai confessato neppure a se stessa e del quale nemmeno l'aria s'è accorta, glielo placano, glielo incanalano per mille strade le fantastiche vicende godute e patite nello schermo. Due esistenze parallele conduce: due anime distinte possiede. Senonché, da qualche tempo, le parallele deviano, si raggiungono, s'intersecano: le anime si cozzano. Al suo ritorno dallo spettacolo ha la pelle che le scotta, il celere battito del polso, a intermittenze, della febbre nervosa: non riesce ad addormentarsi: il suo cervello lavora lavora dietro immagini che hanno la nitidezza, l'intensità, la crudeltà d'intaglio delle allucinazioni. Verso l'alba, affranta, si assopisce; ma nel sonno rivive in sogno la favola della tessitrice che per magia d'amore diventa duchessa, o della miliardaria che fugge dagli splendori del suo palazzo per seguire il bel cavaliere di ventura, o della donna-macchina che è più seducente d'una donna di carne e trascina alla perdizione le moltitudini.
 
Faticoso è il risveglio, con la lingua grossa, la memoria aggrovigliata, la volontà floscia. In ufficio si distrae, rimane immobile alla macchina sognando ad occhi aperti: sbaglia cifre, riporti e classifiche: non è più lei. Ma forse è malata; solo questa riflessione trattiene il principale dal licenziarla.
Esce, un sabato sera verso le undici, dal Cinema Helios con le pupille abbacinate, un confuso ronzio nelle orecchie, il faccino di mela renetta assorto nella fissìtà d'un pensiero che lo trasfigura. Nel piazzale, viavai di gente che sfolla dai ritrovi: incrociarsi, strombettar d'automobili: ossessionante barbaglio di scritte luminose, bianche, purpuree, turchine, a nastro, a zampillo, a girandola. I fanali dei veicoli si riflettono nell'asfalto bagnato. Luci sopra, luci sotto. Irrealità. Ella non riconosce il luogo ove si trova. Non riconosce se stessa. Il momento drammatico della romantica storia che or ora l'ha esaltata non fa che ripetersi nella sua retina e nel suo cervello. Ella ha nome Ginevra: vent'anni: innamorata: disperata: in un boulevard di Parigi attende che passi l'automobile del suo amante per buttarcisi sotto e farsi schiacciare. Il suo amante: che non l'ama più, perché non le crede più. Il suo amante: che dolcezza, che spasimo, avere un amante, soffrire d'amore, piangere per lui, dirsi: "Adesso, ecco, io mi uccido per lui." Ma non morire, naturalmente. Da lui stesso essere raccolta, da lui stesso salvata; e ricreduta, e riamata. Muoiono, forse, le eroine dei drammi da cinematografo?

  La scena si svolge come sullo schermo. Gente che passa e non guarda, indifferente, rapida: luci che brillano, vetture che corrono, rapide: tutto in fretta, senza ostacoli, come in sogno. Bigia-Ginevra sa d'esser bella: elegantissima: una figurina di porcellana in una pelliccia di petit-gris dai morbidi riflessi d'argento, con le gambe velate da una ragnatela d'argento, e scarpette, di camoscio grigioperla che sembrano gioielli sul fango. E non ha nulla in capo: una gran zazzera bionda, ricciuta: chi le ha dato quella zazzera bionda? E come può vedersela, se non ha specchietto e non ci sono vetrine aperte?
Ma lei, bella, elegante, innamorata, è lì per uccidersi.
Uno sterzo violento dell'automobile in corsa che non fa in tempo a scansare la vittima volontaria: un urlo - due vigili che, pietosamente, raccolgono da terra un corpo di donna a cui, nello scempio, l'umile vestituccio marrone scuro è risalito fino alle spalle, lasciando pressoché ignudi il torso ferito, le gambe spezzate. La trasportano via, all'ospedale, nella stessa automobile dalla quale è stata investita: la mandra dei curiosi la segue con lo sguardo, poi si scioglie, e riprende in varie direzioni il cammino. Uno sospira: - Povera creatura! - E un altro: - Chi sarà?
Nessuno. Quasi nessuno. Una piccola dattilografa che viveva sola, e non aveva che una passione: il cinematografo.

 

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