HITCHCOCK

WENDERS

CLEMENT/MINGHELLA

TOM RIPLEY



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MR.TOM RIPLEY, L'AMICO CRIMINALE
di M. Rosa Alessandrini

E’ inevitabile un confronto. Il personaggio di Ripley è uno di quelli che a più riprese hanno attirato quei registi che vogliono trattare la criminalità non necessariamente dalla parte dei "buoni".
La figura creata da Patricia Highsmith è spesso un personaggio scomodo, sgradevole, uno di quelli che una volta conosciuta la sua vera natura, ognuno di noi si augurerebbe di non avere incontrato mai. Ambiguità e falsità sono gli ambiti in cui si muove, vive di piccole e grandi truffe, ma non esita a ricorrere all’omicidio se necessario o utile per un miglioramento della sua posizione sociale. E’ un criminale che, nonostante la mente rapida e sveglia, commette degli errori e nasconde dentro sé un intricato mondo di angosce e insicurezze.
Si vorrebbe qui mostrare come tre registi, in tre momenti diversi, ne abbiano reso lo spessore e la complessa (a modo suo affascinante) personalità.
L’ultimo regista in ordine di tempo ad essersi cimentato con la Highsmith è Anthony Minghella con The Talented Mr. Ripley (Il Talento di Mr. Ripley, 1999), film tratto dall’omonimo romanzo. Prima di lui lo stesso testo aveva ispirato Plein soleil (Delitto in pieno sole o In pieno sole, 1959) di René Clément. Nel confrontarsi con Tom Ripley, i due registi utilizzano ovviamente schemi narrativi e filmici diversi fra loro sviluppando due versioni spesso opposte dello stesso personaggio. Clément, regista francese che convive con la Nouvelle Vague (ma non ne fa parte), resta legato a schemi classici e formali e affida il ruolo da protagonista ad un Alain Delon alla sua prima interpretazione importante. Minghella, italo-inglese, si confronta con un nuovo soggetto dopo gli Oscar dello spettacolare e hollywoodiano The English Patient (Il paziente inglese, 1996) e sceglie per il suo Ripley il giovane Matt Damon. Come contrappunto a questi due film si vorrebbe considerare Der amerikanische Freund (L’amico americano, 1977) di Wim Wenders, tratto da un libro successivo della Highsmith (Ripley’s Game, L’amico americano, 1974), dai quali emerge un ritratto del criminale più maturo.
Nelle prime sequenze del film di Minghella, Matt Damon appare allo spettatore pulito, impeccabile, ritratto del bravo ragazzo americano dedito al lavoro e allo studio: sta infatti indossando una giacca da ex-studente di Princeton e suonando il pianoforte ad un matrimonio.
Ma la voce over
dello stesso Damon introduce da subito l’elemento fondamentale: la falsità e l’angoscia del suo personaggio. La giacca è stata presa in prestito e scatenerà una serie di eventi che lo portano ad affermare fin da subito "Potessi tornare indietro, cancellerei me stesso." Lo spettatore è quindi informato di trovarsi davanti ad un personaggio non semplice.
Minghella sceglie di costruire con dovizia di particolari l’antefatto, di calare il pubblico nei pensieri del suo sgradevole protagonista. Tutta la prima parte del film segue passo passo il formarsi di una mente già incline al crimine ed il suo prepararsi all’omicidio. In questa fase Tom Ripley non agisce, bensì guarda, osserva, studia il mondo a cui vorrebbe appartenere da dietro gli occhiali, con espressione smarrita. Un timido e impacciato che nasconde dentro sé un mondo ambiguo, conflittuale, sensibile, ma violento, nel quale crescono sentimenti contrapposti di rancore e di amore verso l’amico Dickie. Tom cerca l’approvazione dei nuovi amici e di un mondo patinato e falsamente appagante che non è il suo. I suoi talenti dichiarati sono: fare firme false, dire bugie e impersonare chiunque. Talenti inutili agli occhi di Dickie o di Freddie, che lo umiliano a più riprese, eppure è proprio ricorrendo ad essi e ad una serie di omicidi perpetrati non senza sensi di colpa che Tom riuscirà ad usurpare l’identità dell’amico.
In conclusione, il Tom Ripley elaborato da Minghella e Damon è un solitario dalla sensibilità accentuata incapace di essere soddisfatto di sé stesso. Commette l’errore di proiettare la propria felicità sulla vita degli altri, sviluppando nei loro confronti sentimenti contrapposti di invidia e idolatria. In questo caso, Dickie è l’oggetto del suo desiderio, l’ossessione attorno cui ruotano sentimenti di amore, di possesso, di appropriazione totale dell’identità. Dickie è, fisicamente e caratterialmente, il suo opposto. Laddove Tom è debole, magro, oscuro e tormentato, praticamente anonimo alla faccia del mondo, Dickie è prestante, solare, travolgente per chiunque lo incontri.
Minghella opta per un Tom Ripley costruito nelle sue sfaccettature, nelle sue paure, nelle sue molteplici personalità che resta sempre e comunque un perdente. Si impiglia nella rete degli omicidi, non riesce ad organizzare fino in fondo il gioco che sta conducendo, finisce per l’uccidere l’unica persona che lo accetta e ama per quello che è (Peter Smith-Kingsley). Anche se a metà film aveva affermato "meglio essere un falso qualcuno che una nullità", in chiusura ottiene di essere un "nessuno" (non può essere liberamente né Tom Ripley, né Dickie Greenleaf), è di nuovo chiuso nella sua solitudine, senza la possibilità di una chiara identità definitiva.
Il Tom Ripley proposto da Clément in Plein soleil(1)
presenta una serie di caratteristiche distinte pur muovendosi in una trama simile.
Innanzitutto, l’attore protagonista Alain Delon offre esteticamente un personaggio opposto a quello di Damon: è bello, con un fisico prorompente che riempie lo schermo, non è impacciato, non si nasconde dietro gli occhiali e l’aria un po’ tonta. Di conseguenza, il rapporto/amicizia fra i due protagonisti maschili è più equilibrato: Ronet e Delon sono entrambi attraenti e svegli, Philippe, però, è ricco, belloccio, brillante e con una giovane e carina fidanzata. Tom vuole appropriarsi della sua vita agiata e spensierata. Le implicazioni sentimentali/omosessuali su cui a più riprese insiste Minghella sono qui appena accennate - non va dimenticato che il film è del 1959-. Philippe è in parte affascinato dalla falsità e dalla pericolosità che intuisce nascondersi dietro gli sguardi di Tom (Clément insiste in riprese che accentuano gli sguardi obliqui di chi cova dentro sé rancori crescenti), ma non esiterebbe a metterlo da parte per la fidanzata e non lo considera abbastanza intelligente per realizzare un omicidio, pur avendo intuito che questa è l’intenzione del nuovo amico (e nonostante Tom abbia replicato: "Ho l’aria di un semplicione, ma ho molta fantasia"). Al contrario di Minghella, il regista francese non si attarda ad introdurre i suoi personaggi o ad indagare i complicati rapporti che si instaurano fra loro. Il tema dell’amicizia virile qui appare trattato in quanto funzionale all’omicidio. Si pongono soprattutto in risalto le continue umiliazioni, psicologiche e fisiche, subite da Tom per le sue incapacità (ad esempio viene lasciato per ore su una scialuppa sotto il sole o ripreso per come usa il coltello a tavola) e la sua povertà(2), quasi a volere costruire una giustificazione per l’omicidio, una serie di antecedenti che lo preparino, rendendo quasi simpatico agli occhi dello spettatore un vero e proprio delinquente (perché, in fondo, ha ucciso persone peggiori di lui).
Clément lavora molto sulla fisicità di Delon. Sul suo viso, sulle sue espressioni fra l’innocente e il maledetto, sui suoi sguardi biechi che variano dagli slanci di odio alla pretesa innocenza si incentra buona parte del film. Sulla sua forza fisica si basa tutto l’episodio dell’omicidio di Philippe in barca: la fatica, i muscoli in tensione, il sudore, lo sguardo fra spaurito (in un primo momento) e deciso restituiscono un Ripley più determinato, più scaltro, calcolatore e amorale di quello di Minghella.
In effetti Ripley/Delon è un vincente. Pur essendo un criminale/assassino alle prime armi che commette errori, affronta brillantemente gli imprevisti (l’assassinio di Freddie non era premeditato) e usurpa l’identità dell’amico il tanto necessario per raggiungere il suo scopo, realizza, insomma, l’omicidio perfetto, restando se stesso, con i soldi e la ragazza dell’amico.
I due film fin qui considerati collocano l’azione nell’Italia di fine anni ’50, mentre il terzo, Der amerikanische Freund(3), la sposta, spazialmente e temporalmente rispetto al romanzo, fra la Germania, la Francia e gli Stati Uniti degli anni ’70. Wenders(4) si confronta col personaggio della Highsmith (scrittrice da lui molto ammirata) dopo le esperienze nell’ambito del Neue Kino e i successi di critica e di pubblico della "trilogia".
Nell’osservare questo nuovo Tom Ripley va premesso che il regista tedesco è più interessato a operare una riflessione sul genere del poliziesco(5) esplorando le possibilità espressive e combinatorie dei suoi schemi, che non a sviluppare i tratti dei personaggi che vi si muovono all’interno.
Il ruolo è affidato a un Dennis Hopper quarantenne che si muove nel film con l’aria di chi porta dentro di sé una serie di esperienze che vorrebbe dimenticare. Vive ancora nell’illegalità (si occupa di truffe nel mondo dell’arte e ha diversi contatti con la malavita) e con gli anni si è costruito una vita materialmente agiata, ma senza la stabilità di una famiglia, né di una fissa ed accogliente dimora.
Ancora una volta si pone al centro dell’azione lo schema dell’amicizia virile fra i due protagonisti, Ripley e Jonathan. Non si tratta più, però, di un rapporto parassitico, dipendente e interessato, l’unico di cui fosse capace il giovane Tom senza talenti né qualità. In questo caso, non sono una personalità affascinante o la ricchezza a risvegliare l’attenzione di Tom, Jonathan, infatti, conduce una vita in apparenza ordinata, con un lavoro e una famiglia regolare. Ed è forse proprio questa normalità quasi banale che appare tanto attraente agli occhi disillusi di un Ripley che si muove in una casa grande e vuota costruita in perfetto stile americano, ma ad Amburgo; che cammina tristemente solo per le strade deserte delle grandi città americane, o racconta le sue angosce ad un registratore: "Non c’è nulla da temere, altro che la paura. So sempre di meno chi sono io e chi sono gli altri". La mancanza di un’identità precisa, l’essere senza radici e senza una vera "casa a cui tornare", la solitudine, lo smarrimento restano i tratti principali del personaggio. Gli anni gli hanno regalato forse più cinismo, più freddezza e sicurezza nel tessere trame e inganni (in un primo momento non esita a "vendere" Jonathan alla malavita come possibile assassino), ma nessuna consolazione per le sue angosce.
In questo contesto si sviluppa finalmente un’amicizia più equilibrata fra due personaggi che si accettano con i rispettivi difetti ed errori. Li uniscono la complicità, le emozioni forti, il desiderio di proteggersi l’un l’altro (durante gli omicidi o mentre si appostano per difendere la casa di Tom), elementi che ricordano gli schemi dell’amicizia maschile infantile nella gioia di "giocare alla guerra".
Anche se tutto ciò va inserito nelle intenzioni finali di Wenders per il suo film, allo spettatore resta comunque l’immagine di un Ripley più "umano", che coinvolge coscientemente un innocente in una serie di reazioni a catena fuori dalla sua portata, ma che poi cerca di aiutarlo contro il suo stesso interesse anzi senza nessun interesse per se stesso, semplicemente spinto da una tensione verso un sentimento che egli stesso ritiene irrealizzabile per la sua vita: "Vorrei essere tuo amico, ma l’amicizia non è una cosa possibile." confessa Ripley a Jonathan.
Dennis Hopper risulta per quanto possibile meno ambiguo di Damon e Delon (ma vi è un’ambiguità, un’atmosfera di inganni e falsità ben più profonda che pervade tutto il film), più sincero con se stesso e con gli altri e per ciò stesso in grado di instaurare questo rapporto strano ma quasi leale con un’anima in cui istintivamente si rispecchia (e nei loro dialoghi l’elemento è ribadito dall’uso di campi e controcampi e a volte di semisoggettive) perché come lui vive un incubo interiore: Jonathan è, infatti, afflitto da una malattia mortale. Purtroppo il mondo di Tom Ripley è distorto e i sentimenti positivi sembrano non sopravvivervi a lungo. Egli stesso continua ad essere una persona distruttiva per il prossimo anche quando non nutre interessi materiali e colpevoli nei loro confronti. Questa volta l’amico non morirà per mano del criminale, ma comunque per le trame da lui ordite e sfuggitegli di mano.
In conclusione, Wenders ci lascia un personaggio non completamente delineato, ma più tragico degli altri registi, un criminale che non compie crimini perfetti alla Delon (gli omicidi sul treno sono parodistici), che non gode della sua fisicità scattante; neppure uno che vive di invidia e desidera fagocitare l’altro come Damon. Ripley quarantenne vive ormai di sola paura e in essa si è creato un suo equilibrio e una sua nicchia di sopravvivenza.
Questo ci appare come l’unico destino possibile di un personaggio dagli equilibri precari che ha sempre vissuto la sua vita intrufolandosi in maniera invasiva e deleteria in quella degli altri.

(1) Per un approfondimento del film e dei suoi rapporti col romanzo si veda “L’Avant-Scène Cinéma”, 261, Paris, 1 février 1981, in particolare l’intervista di OLIVIER EYQUEM et JEAN-CLAUDE MISSIAEN, Entretien avec René Clément, pp. 7-14.
(2) “Plein Soleil c’est l’histoire d’un personnage [...] horrible, mais on ne fait pas un film avec des personnages odieux [...] Les gens veulent [... ] s’identifier [...] Alors, comment vais-je rendre Ripley sympathique? En l’humiliant [...] L’humiliation est toujours présente à l’arrière-plan, de manière symbolique; c’est elle qui donne du poids à Ripley. ”, ibidem, pp.9-10
(3)Si consiglia l’interessante commento al film di STEFAN KOLDITZ, Kommentierte Filmografie, in A.A. V.V., Wim Wenders, Muenchen, Carl Hanser Verlag, (“Reihe Film 44”), 1992, pp. 182 - 199.
(4) Per un’introduzione al cinema del regista tedesco si veda anche: FILIPPO D’ANGELO, Wim Wenders, Milano, Editrice Il Castoro, 1994.
(5)“L’amico americano è una intensa riflessione sui meccanismi della fiction poliziesca, sui temi della mistificazione narrativa e dello svelamento, l’omaggio raffinato e pretestuoso alle strutture collaudate del “nero americano” da parte di un regista che non ripiega nella routine o non indulge alla confezione...”, in ORIO CALDIRON, L’arte del delitto, Roma, Bulzoni Editore, 1985, pp.349-350.

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